Così morirono in guerra gli animali che nessuno commemora: per loro nessuna medaglia al valore

Furono costretti ad entrare in guerra: cavalli, cani, muli, asini, colombi viaggiatori e tanti altri animali vennero mandati a soffrire di stenti e a morire insieme ai soldati al fronte, per la gloria di una patria che quasi non li considerò.

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Oggi 27 gennaio del 1945 finì ufficialmente il più grande omicidio di massa della storia  ma vogliamo ricordare (senza sminuire il dramma umano che hanno vissuto milioni di persone durante l’olocausto), anche la guerra che hanno patito gli animali come sempre usati e abusati dall’uomo. A distanza di tanti anni nessuno o pochi ricordano e tanto meno commemorano il sacrificio dei milioni di animali vittime della follia umana. Sacrificio, peraltro, che viene ancor oggi perpetuato nei tanti laboratori militari sparsi sul pianeta dove gli animali vengono impiegati per la sperimentazione di armi chimiche e biologiche che possono essere usate nei conflitti. 

Nella visione antropocentrica dell’Uomo, il termine diritto riferito agli animali è sempre stato, ed è tuttora, il diritto degli uomini a disporre della vita delle altre specie a proprio beneficio e in qualsiasi circostanza e dunque, anche in guerra. 

Furono decine di milioni gli equini utilizzati nella prima guerra mondiale: cavalli, asini, muli. Morirono sotto il fuoco nemico, o divorati dalla fame dei soldati, loro compagni di sventura. Falcidiati dalle mitragliatrici, esposti alle insidie del filo spinato e ai gas tossici: sui campi di battaglia i cavalli, in particolare, furono un facile bersaglio. Spesso in prima fila nei combattimenti, durante le cariche in campo aperto, o nel trasporto di viveri, armi pesanti e munizioni, ignari di quel che stava accadendo attorno a loro, subirono tutti gli orrori del conflitto.
Ma anche nelle retrovie la loro vita fu segnata da fatica, malnutrizione e malattie. Sopravvivevano qualche mese, a volte pochi giorni. Bastava una ferita e la loro esistenza si concludeva lì, sul posto. Non c’erano infermerie per loro.

 

Sono emblematiche le testimonianze di soldati e ufficiali in fuga dopo la disfatta di Caporetto o nello strenuo quanto azzardato tentativo di una controffensiva:

“(…) Vedemmo i cavalleggeri sciabolare una pattuglia tedesca e proseguire. Ma d’improvviso le prime raffiche di mitragliatrice soffiarono rabbiosamente sulla strada (…). E allora vedemmo cavalli ritornare a redini abbandonate verso la trincea, altri coperti di schiuma e di sangue galoppare ancora come pazzi, poi cadere di schianto sulla strada: vedemmo uomini feriti aggrappati al collo dei cavalli, altri trascinarsi penosamente sulla strada verso il monte (…)”. La ricognizione di Stupizza (25 ottobre 1917) da Caporetto: storia, testimonianze, itinerari, Camillo Pavan.

“(…) Colonne infinite di uomini, di bestie da soma, di carri e di furgoni che si dirigono a fatica verso il Tagliamento sotto la pioggia dirotta (…). Giù dalle scarpate, nei canali ricolmi d’acqua, ancora trattrici, avantreni, caprette e cavalli morti. Dalla coscia di una di queste carogne un caporale, indifferente al tumulto, si taglia con la baionetta una braciola”. La Grande Guerra degli italiani, Antonio Gibelli, ed. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

Nel corso di quella tragica ritirata, i cavalli, i muli morirono per la fatica e la fame. Molti di loro vennero abbattuti dai soldati affamati. I fossi lungo le strade erano disseminati di carcasse che imputridivano. Morirono indifferentemente per mano nemica o amica, per la gloria di una patria, di tante patrie, da cui non ricevettero la benché minima gratitudine. Anzi, spesso per quei pochi che riuscirono a tornare, i meno giovani e più provati la destinazione fu il macello.

Anche ad animali di altre specie toccò il destino di essere portati in guerra. È il caso dei cani, che anche se incapaci di fornire le prestazioni del cavallo o del mulo, furono utilizzati in montagna per il traino delle slitte. Sul fronte occidentale risulta che i tedeschi li utilizzarono per il servizio di portaordini e la ricerca di feriti e sbandati. Durante la seconda guerra mondiale, l’esercito russo usò cani kamikaze per far saltare in aria i panzer tedeschi.

Nel libro A Higher Form of Killing, Robert Harris e Jeremy Paxman descrivono come i cani appena svezzati venissero tolti alle madri e venisse loro dato il cibo solo sotto alla “pancia” dei carri armati. Una volta sul campo di battaglia, i cani venivano tenuti a digiuno, con un esplosivo e un’alta antenna di comando sul dorso. Quando i panzer tedeschi si avvicinavano, gli animali affamati venivano rilasciati. Correndo istintivamente sotto ai carri nemici per cercare il cibo, l’antenna strisciava contro la pancia di metallo, facendo detonare l’esplosivo e distruggendo carro armato e cane. 

Anche i gatti vennero impiegati; sia per liberare le trincee dai ratti che come sentinelle per rivelare la presenza dei micidiali gas nervini. Cani e gatti vennero utilizzati talvolta anche come animali da affezione, condividendo così il tragico destino dei loro padroni.

Infine, un’altra specie animale largamente impiegata nel primo conflitto mondiale fu il colombo. Dotati di un finissimo senso dell’orientamento, i colombi viaggiatori vennero utilizzati per recapitare messaggi. Nel 1914 tutti gli eserciti delle potenze belligeranti si erano dotati di reparti di colombi viaggiatori con personale specializzato per il loro addestramento. Nessuno poteva competere con un colombo quanto a velocità e distanze raggiunte in breve tempo e perciò in zona operazioni di guerra molti reparti erano dotati di diverse colombaie mobili. L’opera dei colombi viaggiatori era talmente preziosa che l’occultamento o l’uccisione di un colombo viaggiatore da parte di un civile erano puniti alla stregua di un attentato contro un soldato in divisa.

Il ruolo degli animali impiegati a vario titolo in guerra fu talmente importante che non è sbagliato affermare che, a parità di uomini e armamento, le maggiori possibilità di vincere la guerra le possedevano quegli eserciti che disponevano di più animali da tiro, da soma o da macello.

In prima linea, infatti, chi mangiava attaccava o si difendeva; senza cibo, il soldato, già sottoposto ad un’usura giornaliera straordinaria, non era assolutamente in grado di combattere. La regolarità dei rifornimenti dipendeva perciò dalle condizioni logistiche delle retrovie e dal numero di animali utilizzati per il trasporto del vettovagliamento alle truppe.

Gli animali trascinati a forza in guerra, eroi silenti ed ignari, pagarono un tributo di sangue altissimo nella Grande Guerra. Non avevano nome, non avevano grado. Tantomeno ricevettero medaglie o un’iscrizione su una lapide. Truppe al servizio della follia umana, semplicemente soffrirono e morirono.

 

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